Alina

delfino roberta lattuada fotografa

Era abituata a correre per i mari, libera e felice. Ogni giorno s’infilava nella corrente e di volta in volta si lasciava trasportare, o tagliava le onde, o si tuffava in profondità per poi lanciarsi in aria come un missile, creando una miriade di spruzzi. Il mare, il suo elemento, le era amico, familiare.

Anche quando s’alzava il vento e si preannunciava una tempesta, non si faceva intimidire. Conosceva bene le anse, gli anfratti rocciosi, i pericoli ai quali poteva esporsi. Era sempre stata avventurosa. Quando, ancora piccola, la mamma le faceva da guida, aveva il suo da fare per tenerla d’occhio, per non farla allontanare troppo.

Ma durante tutti quegli anni Alina aveva imparato a trarsi d’impaccio, ora non c’erano più segreti per lei. Anche quel giorno, in cui si divertiva a fare a gara a chi correva di più, riusciva a staccare tutti e a scappare lontano. Godendosi un momento di riposo in superficie lasciò correre lo sguardo sul filo dell’orizzonte e qualcosa attrasse la sua attenzione.

Non sembrava nulla di noto; ne’ una piccola imbarcazione, ne’ un grosso pesce affiorato. Si avvicinò piano piano, incuriosita. Riusciva solo a distinguere una sorta di piccolo manto colorato disteso sulla superficie dell’acqua, come un velo adagiato su di una sagoma sconosciuta.

Magari nascondeva un bene prezioso… Ma no! Era un uomo! Semplicemente un uomo che si teneva faticosamente a galla, la testa emersa appoggiata ad una sottile lista di legno.

Cosa ci faceva così lontano? Non si sentiva provenire nessun suono, ne’ un gemito, ne’ un movimento che facesse capire se era ancora vivo o morto. Avvicinandosi di più vide un viso emaciato, due occhi spalancati nel vuoto che si chiedevano perché’.

portrait of an elderly Omani resting at Barka market

Provò pietà per quell’essere sfortunato; si accostò e piano piano si fece scivolare sotto di lui. L’uomo l’abbracciò delicatamente, abbandonandosi, sempre senza una parola, ne’ mostrando stupore per quell’inaspettato ritrovamento.

Non sembrava disperato, ma solo rassegnato alla sua sorte. Alina sapeva cosa doveva fare. Aveva visto tante barche in movimento giungere da un punto della costa; percorrevano regolarmente quelle acque. Sicuramente era un pescatore che si era rovesciato e aveva perso la sua imbarcazione. L’avrebbe riportato a riva, a Mizela, il suo villaggio.

Gli abitanti videro giungere a riva Ahmed, al collo della delfina, dopo due giorni che l’avevano dato per morto. Faticosamente riuscì a risalire, barcollante e inzuppato, il breve sentiero che collegava la spiaggia alle prime abitazioni.

Sembrava un miracolo. Le acque del Mar Rosso sono infestate da squali, nessun naufrago ne era mai ritornato vivo.

Ancora piccolo, la madre lo aveva abbandonato; quando lo avevano trovato, lo avevano adottato, offrendogli un piccolo rifugio e da mangiare.

Non aveva nessun legame con la gente del posto. Però, dal giorno del suo mancato naufragio, ogni tanto Alina ricompariva a pochi metri dalla costa. Con il suo vocalizzo garrulo sembrava chiamarlo. Allora lui s’immergeva nel mare, iniziando a nuotare con lei, come in una danza che aveva significato solo per loro.

alina con roberta

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